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Piero Marras

La “lezione musicale” di Piero Marras sotto le stelle nella reggia nuragica di Santu Antine

di Antonio Maria Masia

 

La musica del grande artista preceduta dalla proiezione di un documentario sulla straordinaria civiltà dei Nuraghi

Una notte magica!
Di giorno la piana di Torralba spazzata da un fastidioso vento che minacciava le strutture predisposte, la stabilità dello schermo e la  buona riuscita dell’evento, e poi il “miracolo” (Piero afferma, quasi con laico pudore ma con fermezza: “ne ero certo”) di una serata tranquilla e solenne come il maestoso monumento nuragico, magistralmente illuminato.
Indelebile testimonianza non solo di un importante e significativo passato,  ancora misterioso perché mai adeguatamente studiato e approfondito da sardi e da terzi ( a parte qualche importante e storica eccezione ad esempio il “sardus pater” Giovanni Lilliu), ma, ci tiene a sottolineare il nostro cantore, anche e soprattutto riferimento di un futuro per tutti e specie per i giovani, sul quale occorre concentrare sforzi e volontà.
Un colpo d’occhio eccezionale quando ormai dileguatesi le luci del giorno, arrivo, con un leggero ritardo a causa di una segnaletica non all’altezza della situazione (peccato!), di fronte alla reggia nuragica di Santu Antine. E mentre percorro il vialetto d’ingresso, lasciandomi sulla destra le bancarelle odorose di spezie e salsicce arrosto, sempre presenti ma stavolta sistemate opportunamente a distanza di rispetto dal palco e dal pubblico, sento e assaporo le prime parole e le prime note di Piero Marras.


Note precedute dalla proiezione di un interessante e, mi confermano avvincente, documentario sulla complessa e straordinaria civiltà nuragica, partendo da una visita “virtuale” alla reggia. Di tali prologhi ho avuto modo di seguirne tanti e così in futuro, spero. Sempre istruttivi e utili. Ma  questa  prima parte non rientrava nella mia partecipazione all’evento in questione. La mia concentrazione e emozione erano incentrate sulla musica e sulle canzoni di questo cantautore sardo che definire grande testimone della nostra cultura e della nostra identità non è nè esagerato né retorico ed è anzi poca cosa. Personalmente lo accumuno in questa sua “missione antropologica” all’indimenticabile Maria Carta.
E Piero, come sempre, non ha deluso le mie aspettative, nè quelle del numeroso pubblico presente, chi seduto e chi in piedi ad ascoltarlo in religioso silenzio nuragico, a parte i tempi per i frequenti applausi di consenso e condivisione.
Il nostro sirbone (cinghiale), come ama definirsi, ha trovato in quello scenario incantevole confortato da una leggera brezza amichevole e ristoratrice, le parole giuste, l’atteggiamento sobrio e autorevole (da anziano capo nuragico), le canzoni e le musiche appropriate. Il tutto accompagnato ogni tanto, a seconda delle canzoni, dalla bravura elegante e assolutamente complementare del gruppo di ballo “Tersicore”: quattro ballerine agili e sicure, capitanate e coordinate da Anna Paola Della Chiesa, con costumi e maschere intonate all’ambiente nuragico evocato e circostante.


Piero, al pianoforte, da solo stavolta a parte le “Tersicore”,  ha messo in fila, in due ore generose, come sempre gli accade, una trama di parole, di versi, di suoni e di canti (sas cantones de una vida), che hanno dato una vera e propria, seppure non voluta e non cercata, “lezione” sulla storia e sulle tradizioni della nostra Isola, sui nostri, più o meno apparenti, punti di forza e debolezza, sui nostri cromosomi e dna, con richiami a volte espliciti, e comunque mai ambigui, a prendere spunto e trarre alimento dalle nostre ricchezze culturali e naturali per tradurle in vera e duratura rinascita. “La nostra Isola ha mille problemi, ma ha tesori inestimabili come questo monumento ai piedi del quale ho l’onore immenso di cantare e parlare, dice Piero.  “La lingua, sa limba sarda di cui andare fieri è un altro dono dei nostri avi -prosegue- da non disperdere, così come quell’insieme dei codici di comportamento che uniscono e fondono in comunità custa “zente” (gente) sarda di dentro e di fuori.
Valori che fanno scaturire quella che è l’identità o particolarità antropologica e sociali della Sardegna.  Valori e caratteristiche che reggono una comunità e che debbono trovare applicazione costante e appassionata da parte di tutti. Siamo noi i protagonisti della nostra storia e del nostro futuro in sana e leale competizione con altre identità e altre storie, senza orgogli nazionalistici sterili e pericolosi o esibizioni vuote ed inutili spacciate per folclore, con offesa al vero folclore che significa “sapienza dei popoli”.

E per comunicarci questi valori e questi “ammonimenti” ecco cantate e a volte sobriamente commentate le sue più belle canzoni, quelle d’amore dolcissime,  quelle sociali dure ed implacabili contro ruberie, traffici e disagi, quelle ambientali e di tradizioni così suggestive e a volte talmente malinconiche da alimentare una sorta di “mal di Sardegna” per chi ne vive fuori.  Canzoni   attraverso le quali, e ci tiene a sottolinearlo, ci ricorda invitandoci a “coltivarli” alcuni nostri grandi, non sempre giustamente e unanimemente conosciuti e ri-conosciti,  poeti sardi (anche quando hanno scritto in italiano) come Cicitu Masala,  Antoninu Mura Ena, Peppinu Mereu,  Pedru Mura e Paolo Pillonca. Interessante la sottolineatura di Piero riguardo alla maggiore naturalezza, nonostante le difficoltà e complessità del caso, a tradurre in musica e canzoni le poesia sarde rispetto alle poesie in italiano, come a voler dire che tra la poesia in limba e la musica che la diffonde e la rende pubblica c’è sempre corresponsione e contiguità.

E di questo concetto ci offre una splendida e avvincente dimostrazione con l’esecuzione, per la prima in Sardegna in pubblico, (come presidente dell’Associazione dei Sardi di Roma Il Gremio, rivendico però la primazia dell’esecuzione nel 2009 al Teatro Euclide, in occasione de Sa Die de Sa Sardigna) la fantasiosa e bellissima, poesia “Jeo no ‘ippo torero” (io non ero un torero) di Antoninu Mura Ena: originale l’incontro e confronto, nel delirio della morte, fra un giovane vaccaro di Lula Juanne ‘Arina incornato da una vacca nel cortile della sua casa e il grande toreador di Siviglia, Jgnazio Sanchez Mejias, incornato da un toro nell’arena alle cinque della sera, e immortalato da  Federico Garcia Lorca.

Ed ancora con i versi struggenti e liricamente stupendi della poesia “Amore” di Peppino Mereu, lo sfortunato grandissimo poeta di Tonara,  molto conosciuto per “Nanneddu meu”, ecco una ulteriore dimostrazione della capacità di Piero a leggere nel profondo il significato e il messaggio della poesia sarda.
Le note di “Ballade e cantade ‘ois, chi sos ballos sun sos bostros… su un ritornello di Cicitu Masala, con le “Tersicore” mascherate da guerriere nuragiche, che ripetono fieramente il concetto di reazione e di ripresa quando “sos ballos han’a essere sos nostros…", quando i balli saranno i nostri...,hanno dato al pubblico una emozione fortissima, quasi una voglia immediata di riscatto da una condizione lungamente subalterna ed emarginata.

I brividi ad ascoltare in quel contesto incredibilmente, ma veramente identitario canzoni  religiosamente laiche come in  “Mere Manna” con il notissimo ritornello “rundinedda, rundinedda.. che non ti si leva dalla mente e dalle labbra, o di amore come in “Ses Tue”, o di denuncia sociale rabbiosa e indignata contro le ingiustizie e i tradimenti come in “S’Istrale” e  contro le ancora attuali vergognose e mercantili servitù militari altamente inquinanti, che tengono in ostaggio una parte bellissima della nostra Isola  come  in “Quirra” ( l’unica cantata in italiano, terreno sul quale Piero ha segnato specie agli inizi della sua carriera indubitabili successi), o di gridato commovente affetto per un padre perduto con dolore e sofferenza come in “Babbu Meu”.
E in chiusura la  stupenda (mi scuso per la ripetitività di alcuni aggettivi, ma è inevitabile) preghiera per la pace e l’amore sulla terra di Piero rivolta con spirito laico ma altamente e moralmente religioso agli angeli sardi:

Anghelos chi cantades a luche 'e luna
frores de custu chelu colore 'e pruna
fachide chi su tempus torret a inoche
a cando custa terra fit "una oche"

(Angeli che cantate alla luce della luna/fiori di questo cielo color prugna/fate che il tempo ritorni qui/a quando questa Terra si esprimava con un'unica voce) 
Grazie di cuore Piero per l’indimenticabile “lezione” sotto le stelle e sotto le luci di Santu Antine.